Politica

Referendum Giustizia, Louis Stanco:”Non esistono vie di mezzo quando si tratta di giustizia”

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Da Louis Stanco, Segretario di M.A.P.S., riceviamo e pubblichiamo

C’è qualcosa di profondamente stonato nel dibattito che ha accompagnato questo referendum sulla giustizia. Non tanto per le posizioni in campo, fisiologicamente contrapposte, quanto per il livello del confronto, che si è rivelato quasi esclusivamente politico, quando non apertamente strumentale.

Si è discusso di tutto: convenienze elettorali, opportunità tattiche. Ma quasi mai del merito. Quasi mai di cosa davvero cambierebbe, di quali effetti concreti produrrebbe la riforma, di quali problemi andrebbe (o non andrebbe) a risolvere. Il cittadino, che dovrebbe essere il destinatario ultimo di ogni riforma, è rimasto spettatore di una contesa che sembra parlare più ai sondaggi che alla realtà.

Questo non è un incidente isolato. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la centralità della costruzione del consenso ha progressivamente soppiantato la capacità progettuale. Il tempo della politica si è accorciato fino a coincidere con quello dei titoli e delle reazioni immediate, mentre le riforme, quelle vere, richiedono visione, studio e responsabilità.

Ed è proprio sul merito della riforma che la proposta non convince. Come ha osservato il ministro Nordio: “E la magistratura chi la controlla?” La risposta va oltre la provocazione: nessuno. E non perché la magistratura sia caratterizzata da impunità, ma perché è un potere autonomo dello Stato, separato dagli altri, con responsabilità intrinseche e controlli interni previsti dalla legge. Montesquieu lo teorizzò, i costituenti lo recepirono: questa autonomia non è privilegio, ma condizione essenziale dello Stato di diritto, e qualunque riforma che la contempli superficialmente mette a rischio il delicato equilibrio tra i poteri.

Per questo, la scelta è un no alla riforma. Non si tratta di un no conservativo: è chiaro che l’Italia ha bisogno di una riforma della giustizia, una riforma che incida davvero, che affronti la carenza di organico, la lunghezza dei processi e costruisca strumenti efficaci per garantire la certezza del diritto. Non di interventi parziali o contraddittori che promettono autonomia ma ne compromettono il senso.

La giustizia non è un simbolo né un maquillage costituzionale: è il tessuto che regge lo Stato. Ogni compromesso superficiale lo indebolisce, ogni intervento mal calibrato ne mina l’autonomia e la credibilità. Chi governa deve avere il coraggio di affrontare la realtà del sistema, senza illusioni né scorciatoie.

Non esistono vie di mezzo quando si tratta di giustizia: ogni cedimento ne compromette la funzione, e ogni riforma deve misurarsi con i principi, non con il consenso.

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